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Il Monastero di Santa Maria Maddalena. La presenza monastica femminile a Serra De Conti è documentata sin nel secolo XIV, ma l’edificio dovette subire interventi e consolidamenti continui nei secoli XV e XVI, tanto da essere abbandonato. Dalla fine del XVI secolo l’autorità ecclesiastica offrì diverse facilitazioni e sostegni allo sviluppo di un nuovo monastero che nel 1579, dopo restauri, si popolava di un primo nucleo di religiose, molto spesso provenienti da nobili famiglie marchigiane che provvedevano al loro  mantenimento, che vi restarono fino ad oggi, con interruzioni durante l’occupazione francese in età napoleonica e dopo la confisca dei beni ecclesiastici, in età postunitaria, cui seguì il riacquisto della struttura nel 1902.

Molti beni dell’antico monastero sono stati utilizzati per l’allestimento del Museo delle arti monastiche curato dal Comune nei sotterranei della propria sede, adiacente al convento.

Chiesa di Santa Maria Maddalena. Nel monastero di Santa Maria Maddalena è collocata la piccola chiesa monastica con accesso per il pubblico a fianco dell’ingresso del convento. L’ingresso è caratteriz zato da un portale di pietra nel quale è scolpita la figura di Santa Maria Maddalena e costituisce un bell’esempio di architettura monastica tardocinquecentesca. Pur se si hanno notizie d’archivio che parlano di una chiesa già nel corso del Trecento, l’attuale vide l’inizio dei lavori nel 1603, venti anni dopo circa la riapertura del monastero, forse con una ubicazione diversa dalla precedente, e la completa sistemazione degli altari, arredi e decorazione si protrae per lunghissimo tempo, sicuramente sino alla fine del Seicento.

Ciò che colpisce di questa piccola struttura, destinata alle suore e solo in parte anche al pubblico di fedeli, è la particolare forma della pianta. Si tratta di un’ellisse, con andamento mistilineo e l’assemaggiore posto nel senso della lunghezza, contratta nellazona mediana in corrispondenza di due altari laterali. Sembra affiorare l’idea borrominiana dello spazio presente nella Chiesa di San Carlino alle Quattro Fontane, rafforzato dalla presenza delle quattro porte laterali (due poste all’ingresso che danno alla sacrestia e due a fianco dell’altare maggiore che immettono nella clausura), dall’unico ordine delle lesene (colonne nella chiesa romana) che collegano tra loro i tre altari e la cantoria, dalla forma stessa della cantoria posta al di sopra dell’ingresso principale, una forma ovale schiacciata alle estremità. Non esistono, o meglio non sono stati ancora ritrovati, disegni piante o relazioni relative alla Chiesa, ma la suggestione borrominiana è rafforzata dai contatti che questo Monastero vanta sin dall’inizio del Seicento con il convento di Santa Maria in Vallicella a Roma dove operava il Borromini. Per alcuni anni fu padre in questo convento Francesco Maria Honorati fratello di Suor Isabella, Badessa per ben sette volte dal 1619 al 1647 nel Monastero di Santa Maria Maddalena, con la quale intrattiene contatti e dei quali restano a testimonianza i due reliquiari di legno intagliato e dorato, conservati nel Museo delle Arti Monastiche, che Francesco Maria inviò alla sorella nel 1625 subito dopo la canonizzazione di San Filippo Neri.

La chiesa recentemente è stata oggetto di un restauro complessivo delle strutture e degli arredi; il restauro con- dotto con criteri filologici ha riscoperto i materiali e i colo- ri originari e ha eliminato tutte le sovrastrutture che si erano sovrapposte nei tempi per riportare la chiesa alle sue linee essenziali.

Questa presenta una copertura con volta dipinta; al centro è rappresentata l’Assunzione di Santa Maria Maddalena; l’iconografia assai comune a partire dal secolo XVI e per tutto il periodo della controriforma presenta la Santa avvolta in un grande manto che ascende al cielo sostenuta da due angeli, uno dei quali porta il suo vaso di unguento e l’altro la croce, un angelo sopra di lei è pronto per incoronarla. L’opera è ascrivibile per le caratteristiche stilistiche al secolo XVIII. Ai lati, in quattro medaglioni con cornice in stucco, sono poste le raffigurazioni dei quattro Evangelisti, opera che un pittore locale ha eseguito nel 1919 e che il recente restauro ha mantenuto. La chiesa presenta tre altari, quello di sinistra intitolato a Santa Maria Assunta, l’altare maggiore alla Madonna della Consolazione e a Santa Maria Maddalena e quello di de- stra alla Madonna del Carmine e a San Filippo Neri, come ulteriore testimonianza del legame del Monastero con i padri Filippini. Ai lati dell’altare maggiore sono posti due dipinti di modesta fattura raffiguranti due episodi della vita della Maddalena: Noli me tangere in cui Cristo appare alla Santa comandandole di non toccarlo ma di andare dai suoi discepoli ad annunciare che egli era risorto e la Comunione della Maddalena impartita dagli angeli.

A completare l’arredo dell’altare maggiore compaiono due straordinari candelabri, oggi conservati all’interno del Monastero. Di notevoli dimensioni (altezza cm. 2,70) sono caratterizzati da un ricco lavoro di incisione e modellazione a tutto tondo e bassorilievo di motivi naturali- stici e testine angeliche.

Nelle pareti laterali in prossimità dell’altare maggiore sono posti due reliquiari ad urna sorretti da due angeli in volo in legno intagliato e dorato, gli stessi sono sormontati dal busto del Santo, il cui mantello e la base sono finemente incisi a motivi naturalistici. L’altare di sinistra, per analogia con l’altro posto di fronte a cui è tipologicamente affine, è riferibile agli anni ’70 del XVII secolo. Completa l’arredo ligneo della Chiesa la cantoria posta di fronte all’altare maggiore.

Tutti i lavori di intaglio ligneo ripropongono l’eccezionale fastosità ed esuberanza del primo Seicento, reinterpretata, nella seconda metà del secolo, con una resa estrosa e spontanea che ci riporta all’attività di intagliatori locali, come gli Scoccianti di Cupramontana e i Giglioni di Arcevia.

Le opere pittoriche.

Ernst De Schayck (Utrecht, 1567 - 1631), Madonna della cintola, olio su tela.  Ernst De Schayck pone la propria firma e la data su questo dipinto collocato all’altare maggiore della Chiesa di Santa Maria Mad dalena. Poco si sa della formazione di questo pittore olandese discendente da una famiglia di pittori e documentato in Italia sin dal 1598, precisamente ad Imola, dove esegue un ritratto e il suo primo dipinto religioso per la chiesa di San Giuliano, che testimoniano la sua adesione ai moduli fiamminghi con una particolare attenzione alla realtà e una buona capacità di ritrattista che contraddistinguerà tutta la sua produzione. Fino agli inizi del Seicento lavora in Emilia approfondendo la conoscenza della tarda pittura cinquecentesca emiliana e appropriandosi del gustoper i grandi raggruppamenti di figure dovuto all’influsso di Bar tolomeo Passarrotti.

Non si conosce la data precisa del suo arrivo nelle Marche, ma al 1600 appartiene l’opera datata e firmata raffigurante l’Adorazione dei Pastori e dipinta per la Chiesa di San Francesco a Camerano, mentre dal 1609 inizia la sequenza regolare di pitture in cui l’artista si firma come abitante di Castelfidardo. Il decennio si apre con i lavori per Filottrano e continua con un’attività documentata ad Appignano, Mondolfo, Lugo di Romagna, Sassoferrato, Matelica, Ripatransone, Recanati e San Severino, dove lascia la sua ultima opera documentata e datata al 1631.

Una sua unica opera resta a Castelfidardo, cittadina nella quale avrebbe abitato sino a tutto il secondo decennio del Seicento. In questo periodo è possibile un suo breve soggiorno a Macerata dove i documenti d’archivio testimoniano alcuni suoi lavori di cui però si è persa ogni traccia. Il dipinto di Serra de Conti datato 1617 rientra quindi nel periodo del suo soggiorno marchigiano e gli viene commissionato dal- la nobile Innocenzi di Ostra Vetere il cui stemma è riportato, accanto alle iniziali, sotto la data e la firma dell’artista. In quell’anno svolgeva le funzioni di Madre Vicaria del Monastero la nobile Cornelia Maria Honorati, figlia di Lorenzo Honorati, nobile di reggimento di Serra, nobile della città di Jesi, medico della città, e di Fulgenzia Innocenzi di Ostra Vetere, sposa in seconde nozze.

Il dipinto è quindi un dono della zia, sorella della madre, alla giovane madre vicaria che, nel 1619, viene eletta Madre Badessa e l’incarico triennale le sarà riconfermato per ben sette volte nell’arco della sua vita, a testimonianza della significativa presenza di questa nobile che sin dall’inizio dette al Monastero quell’impronta di una comunità culturalmente aperta e consapevole che permane sino ai nostri giorni. Rappresenta la Madonna in trono con bambino che consegnano le cinture, simbolo dell’ordine agostiniano, a Sant’Agostino e a Santa Monica, Santi posti ai lati del trono medesimo; dietro di loro, secondo una scansione simmetrica e verticale, compaiono a sinistra figure di prelati, mentre a destra sono raffigurati re e regine. In primo piano a mezzo busto vengono rappresentati quattro Santi in adorazione.

 

Clemente Maioli (documentato tra il 1634 e il 1673), Assunzione della Vergine, olio su tela, 1668.  L’opera raffigurante l’Assunzione della Vergine è posta al primo altare a sinistra, altare con iuspatronato della famiglia Honorati, che commissiona il dipinto all’artista ferrarese Clemente Maiolo che la esegue nel 1668, come testimoniano la firma e la data poste ai piedi del sepolcro della Vergine, in basso a sinistra.

Si ignorano il luogo e la data di nascita del pittore che è attivo a Roma tra il 1634, anno in cui risulta iscritto all’Accademia di San Luca, e il 1673, ultima menzione dell’artista prima della sua morte di cui non si conosce la data. Impegnato come copista, restauratore, disegnatore per arazzi, ritrattista, copia più volte dal vero le opere del pittore viterbese Giovan Francesco Romanelli (1610-1662), suo maestro, con il quale esegue, fra l’altro, agli inizi della sua attività di frescante, gli affreschi del sottarco nella cappella Celsi ai Santi Domenico e Sisto in Roma.

Della sua permanenza romana l’opera più significativa, anche per l’interessamento di Papa Alessandro VII, è sicuramente la decorazione della volta del salone della biblioteca Alessandrina alla Sapienza, dove viene raffigurato Il Trionfo della Religione e dove si dimostra la sua abilità nel saper organizzare decorazioni di vasti spazi. L’Assunzione della Chiesa della Maddalena è un dipinto inedito fra i pochi rimasti del pittore e si colloca prima della parentesi ferrarese, città dove l’artista è documentato nel 1671 con affreschi raffiguranti episodi della vita di San Gaetano nella chiesa di Santa Maria della Pietà dei Teatini.

L’opera, raffigurante il rapimento della Madonna in cielo in anima e corpo tre giorni dopo la morte, ripropone la tipica strutturazione in tre parti sovrapposte; la Vergine è posta nella parte superiore mentre viene trasportata in cielo da cori di angeli, secondo i canoni della controriforma tiene le braccia aperte, e lo sguardo è rapito in cielo. Sotto di loro i dodici Apostoli in preghiera e adorazione circondano il sepolcro aperto e pieno di rose, mentre ai piedi dello stesso un angelo raccoglie i fiori ed indica la Madonna alla quale è riferita l’iscrizione nella parte più alta dell’ancona “Sponsa Veni Coronaberis”.

Fra gli apostoli si riconosce, in primo piano verso sinistra, San Pietro, con le chiavi del Paradiso. Il dipinto richiama nell’equilibrata azione scenica di chiara derivazione emiliana l’opera di Annibale Carracci di uguale soggetto conservata presso la Pinacoteca nazionale di Bologna, mentre nei panneggi movimentati delle figure ritorna quella componente romana d’ambito cortonesco propria della formazione del Majolo.

 

Autore ignoto, Madonna del Carmine, secolo XVII seconda metà, olio su tela, primo altare a destra.  Non si hanno notizie documentarie relative a questo dipinto po- sto al primo altare a destra, simile nella struttura e nelle dimensioni a quello posto di fronte che presenta il dipinto di Clemente Majolo raffigurante l’Assunzione della Vergine.

Si tratta comunque di un lavoro più modesto se confrontato con le opere del de Schayck e del Majolo, attribuibile ad un artista locale della seconda metà del secolo XVII che ripropone i temi della pittura devozionale controriformata. Il dipinto rappresenta nella parte superiore la Madonna coronata con bambino che tende a Simon Stok, frate inglese fondatore dell’ordine carmelitano, mai ufficialmente canonizzato, ma molto venerato dalla chiesa cattolica, lo scapolare, sopraveste pen- dente sul petto e sulle spalle che secondo la tradizione salva chi lo indossa dal fuoco dell’inferno. Intorno al frate inginocchiato sono rappresentati altri nove santi in adorazione e preghiera.

Al centro è rappresentata a mezzo busto Santa Chiara d’Assisi, sopra di Lei, a sinistra San Francesco inginocchiato nell’atto di leggere le sacre scritture, affiancato dalla figura del San Sebastiano legato all’albero e trafitto da frecce. In piedi sulla destra San Pietro martire, frate domenicano ricordato per la sua tenace opposizione alle eresie, è rappresentato con un coltello confitto nel cranio e una spada nel petto, mentre regge la palma simbolo del martirio. Un ultimo gruppo è raffigurato a mezzo busto in basso in primo piano e vi compaiono da sinistra Santa Caterina d’Alessandria, San Lorenzo, San Filippo Neri, San Nicola e Sant’Agata.

 

 

 

AA.VV. Guida di Serra De'Conti. La storia , l'arte i musei. Sistema Museale della provincia di Ancona, 2011.

 

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