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Serva di Dio Maria Giuseppina Benvenuti (Zeinab Alif) Religiosa

(1845/6 - 24 aprile 1926)

 

Zeinab Alif (Suor Maria Giuseppina Benvenuti) meglio conosciuta con l’appellativo la “Moretta” per il color ebano della pelle e per la sua origine africana, nacque nel 1845-’46 in un villaggio del Kordofan (Sudan). Ancora bambina, rapita dai negrieri arabi, fu venduta e rivenduta a crudeli padroni. Riscattata dal servo di Dio don Niccolò Olivieri, fondatore della Pia Opera del Riscatto delle fanciulle more, e condotta in Italia, il 2 aprile 1856 fu affidata alle Clarisse di Belvedere Ostrense (AN) per una formazione umana e cristiana.
Il 24 settembre dello stesso anno ricevette i sacramenti dell’iniziazione cristiana e nel Battesimo assunse il nome di Maria Giuseppina e il cognome Benvenuti, della madrina.
La consacrazione battesimale segnò per lei l’inizio di una vita più intima con Dio.
Intelligente e vivace, sensibile e affettuosa, riuscì a modificare il suo carattere irrequieto facendosi umile e amabile.
Attratta dall’ideale francescano, nella sua giovinezza si orientò verso la vita consacrata.
Avendo una particolare disposizione per la musica, diventò in breve tempo una eccellente organista, superando il suo maestro per la tecnica perfetta e per le esecuzioni originali e piene di ispirazione.
Il suono dell’organo rifletteva la sua squisita sensibilità psicologica e liturgica e le sue esecuzioni richiamavano all’ascolto rinomati musicisti e folle di popolo.
Nel 1874 fece la vestizione religiosa e nel 1876, con la professione, si consacrò al Signore nell’Ordine di Santa Chiara.
Nel 1894, in seguito alla soppressione del Monastero di Belvedere, si trasferì con altre consorelle nel Monastero di Serra de’ Conti.
Qui divenne Vicaria, Maestra delle novizie e poi Abbadessa. Sapeva farsi amare e obbedire volentieri, affascinava coi suoi modi gentili.
La sua umiltà le aveva ispirato il curioso ritornello che spesso ripeteva: “Liberami, Signore, prima dal peccato e poi dall’Abbadessato”. Tutti, però affermarono che esercitò l’incarico di Abbadessa con saggezza, competenza e impegno ammirevoli.
Nei trentadue anni vissuti a Serra de’ Conti, Suor Maria Giuseppina, a giudizio di tutti, diede prova di grandi virtù: sempre disponibile alla volontà di Dio, anche nella sofferenza, fedelissima alla regola del monastero, immersa in Dio e nella preghiera, amorevole e paziente con tutti, soccorritrice e dispensiera di consigli e di aiuto anche economico a quanti ricorrevano a lei.
Mai offese la carità fraterna e mai si lasciò sfuggire un lamento. A tutto ella dava il sapore del soprannaturale.
Da autentica francescana, contemplò soprattutto i Misteri della salvezza e la sua ascesi spirituale fu guidata dall’Immacolata, che amò con amore filiale. Era solita dire:”Ricorrete a Maria, che vi aiuterà. Ponetevi sotto il suo manto e non temete”.
Recitava con fervore il S.Rosario. Spesso ripeteva alle sue novizie:”Solo con questo mezzo riuscirete ad essere buone religiose”.
Davanti al Crocifisso e all’altare dell’Eucarestia trascorreva le ore più belle della giornata.
Pregava per tutti. Al sentire fatti delittuosi o l’ingratitudine degli uomini verso Dio, moltiplicava le sue penitenze e prolungava la sua adorazione. Con tenerezza infinita contemplava il Crocifisso.
Altre sue devozioni: S.Giuseppe, S.Francesco, S.Chiara, S.Cecilia.
Da S.Francesco apprese l’amore al Crocifisso, da S.Chiara l’ardore della preghiera, da S.Giuseppe la completa disponibilità, da S.cecilia le meravigliose melodie, il rapimento in Dio.
Aveva il culto della fraternità: preveniva le necessità delle consorelle e si adoperava in qualunque maniera per risparmiare con il proprio sacrificio la fatica degli altri.
Specialmente negli ultimi anni di vita, ormai cieca, partecipò alla Passione di Cristo nel Corpo, mentre il suo spirito abbondava di celeste letizia nella certezza che presto avrebbe raggiunto il cielo.
Morì la sera del 24 aprile 1926 e il giorno dopo, come aveva promesso ad una consorella, fece capire che era entrata nella felicità eterna di Dio.
Di buon mattino, gli squilli di una campanella, non toccata da mano alcuna, fecero sobbalzare di gioia tutto il monastero e poi l’intero paese di Serra de’ Conti. Si gridò al miracolo e tutti ripetevano:”E’ morta la Moretta, è morta una santa!”.
Nel 1985 il Postulatore Generale presentava a S.E. Mons. Oddo Fusi Pecci Vescovo di Senigallia (AN) la supplica per chiedere l’introduzione della Causa di Canonizzazione di Suor Maria Giuseppina.

Autore: Elisabetta Nardi
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Nato nel 1280, all’età di nove anni Gherardo entrò nel monastero cistercense di Santa Croce di Sassoferrato che nel 1353 passerà ai Camaldolesi. Compagno del beato Alberto, visse fino al 1320 a Sassoferrato, poi venne mandato a Serra de' Conti, come priore di quell’Ospizio e parroco della Chiesa di S. Maria de Abbatissis, dipendente da S. Croce.


Si dedicò con zelo alla salute delle anime, tanto da subire feroci persecuzioni, per questo motivo l’Abate lo trasferì nella chiesa di Santa Lucia. Nel 1342, fece ritorno nella sua parrocchia, dove morì il 16 novembre 1367.
La sua tomba fu subito venerata. Nel 1503 nella chiesa di S. Maria Abbatissis gli fu eretto un altare. Il culto fu approvato nel 1777.
Anche il Beato Gherardo di Serra de' Conti viene onorato nell'Ordine di Camaldoli, e non sappiamo quali motivi abbiano condotto a far memoria comune di lui insieme con il Beato Alberto, suo confratello.


O forse i motivi sono facilmente intuibili dalla comunanza di epoca, di condizione, di intenti; dall'appartenenza a una stessa terra, opima di frutti spirituali, e finalmente dal fatto che il nome e il culto del Beato Alberto, come quello del Beato Gherardo, siano restati legati a due monumenti simili, e ambedue belli, a Sassoferrato e a Serra de' Conti.

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