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Tarcisio Bedini nasce a Ostra il 25 marzo 1929 da una famiglia di pittori e decoratori:
Marcantonio, suo padre, era un decoratore, Attilio suo nonno fu decoratore e scenografo, e anche
i fratelli fratelli Tarcisio e Sandro Bedini furono rinomati restauratori. In famiglia si dedicavano
soprattutto ad opere sacre di cui ne venivano curati l’aspetto pittorico e il restauro fino alla
decorazione degli stessi edifici ecclesiastici.


Dopo il primo apprendistato presso la bottega paterna portavoce del mondo degli artigiani
ostrensi che dipingevano e affrescavano i numerosi palazzi nobiliari della città - lo stesso
Tarcisio aiutava il padre nell’affrescare le chiese della città - il Bedini studia a Macerata
conseguendo il tirocinio negli ultimi anni della Seconda Guerra; si sposta poi a Roma prima
all’Accademia del Beato Angelico e poi, nel 1955, si diploma all’Accademia di Belle Arti dove,
ancor molto giovane, divenne insegnante-assistente alla cattedra di pittura di Cipriano Ifisio
Oppo (Roma 1890 – 1962. Oppo Inizia come caricaturista e poi come critico d'arte presso
"L'Idea Nazionale" più tardi anche per il quotidiano romano "La Tribuna". Esordisce come
pittore dopo il 1910 ed è presente alle mostre della Secessione romana. Negli anni del fascismo
fu il massimo rappresentante presso il potere politico della cultura artistica nazionale, sostenendo
un liberale principio di autonomia dell'arte. Successivamente fu Deputato al Parlamento, dove
portò avanti importanti riforme del sistema artistico nazionale. Ricoprì le cariche di Segretario
del Direttorio Nazionale dei Sindacati delle Arti Plastiche, Segretario del Consiglio Superiore
delle Belle Arti, Accademico d'Italia e Vice-presidente dell'E42.).


Bedini continuò ad insegnare pittura fino alla morte sopraggiunta ad appena 32 anni il 25 ottobre
del 1961 in un incidente sulla strada tra Acquaviva di Nèrola vicino Roma.
Sempre insoddisfatto del suo lavoro spesso distruggeva le sue opere perché non degne di
rimanere in vita. Ha donato la sua breve esistenza alla pittura senza mai aderire a correnti, ma
creando un linguaggio espressivo maturo e autonomo.
Inizia a dipingere le prime opere attorno ai vent’anni seguendo le immagini degli impressionisti
francesi tra i quali predilige Cézanne. Assimilata la lezione e maturato un proprio senso estetico,
si avvicina al cubismo di cui adotta i contorni netti e forti con colori pastosi e intensi. È proprio il
colore che diventa la sua caratteristica artistica, la materia con cui scolpire e plasmare i soggetti
che ritrae, quasi un materiale da costruzione che rappresenta la firma delle sue opere.
Pochi i dipinti da lui realizzati appena ottanta quadri ad olio a cui si aggiungono disegni a matita,
carboncino e china .
Come sottolinea Ginesi, nel saggio scritto per il catalogo della mostra di Bedini, l’artista
marchigiano – quello nato e vissuto nelle Marche – rispecchia il modo dei vivere dei marchigiani
che hanno “un forte impegno nel lavoro, accompagnato da un’altrettanto forte discrezione che
rappresenta spesso la ritrosia”. L’artista marchigiano, e il Bedini in particolare, è quindi un
individuo che non avulso dai grandi avvenimenti del mondo, li osserva attentamente, li elabora
carpendone negatività e positività fino a costruire un proprio linguaggio figurativo supportato da
un’ottima tecnica di esecuzione.


Malgrado morì a soli 32 anni partecipò a numerose mostre e alle decorazioni di edifici sacri e
civili lasciando molte opere tra acquerelli, tempere e disegni, spesso disegni preparatori e studi
perle decorazioni.
Come abbiamo già sottolineato tra i primi ispiratori del Bedini c’è senza dubbio, almeno
all’inizio della sua avventura artistica, il Cèzanne postimpressionista con l’esaltazione delle
forme ben definite, energiche, senza alcuna sopraffazione della luce affinché durino in eterno; la
pastosità energica del colore affascina Bedini, così come il primo Cubismo quello delle forme
solide, precise, sottolineate a cui anche Cèzanne accenna.
Con un occhio sempre attento alle grandi correnti artistiche che nei primi del Novecento
animano l’Europa (impressionismo, cubismo, fauvismo, futurismo, ecc), Bedini tiene sempre
l’altro puntato sul suo passato, alla sua terra o meglio alla tradizione che si porta dentro
appoggiato dagli insegnamenti di Cipriano Ifisio Oppo che reclama il recupero dei valori plastici
della classicità. Elementi multiformi derivanti da più punti di vista che Bedini accoglie,
rielabora e rimodella autonomamente nella sua pittura troppo presto interrotta da una morte in
anticipo per fargli raggiungere la piena maturità artistica e quel ruolo di rinnovatore a cui è
andato molto vicino.
Bedini fu prima di tutto un disegnatore e anche caricaturista poiché come sottolinea Giovanni M.
Farroni “la caricatura è in se la riduzione al minimo comun denominatore delle caratteristiche
personali, quindi tanto più è pregevole il caricaturista quanto è più semplice la sua espressione”.
Molti i paesaggi, i ritratti di soggetti religiosi, autoritratti e ancora nudi e ritratti femminili, negli
ultimi anni sì dedicò anche a incisioni e litografie a colori.
L’arte sacra, favorita dal paese dove la sua famiglia lavorava, ha sempre avuto un’importanza
decisiva per l’educazione cattolica e civile del giovane artista così come Roma, capitale della
religiosità italiana, accentua la sua già innata predisposizione all’arte figurativa in un ambiente
sereno e tranquillo. Come dice Stefano Troiani l’ispirazione gli venne “dagli antichi sarcofagi
cristiani, i mosaici bizantini, ai disegni di Tiepolo e di Ingres, due maestri da cui trasse le più
efficaci lezioni di tratto e di disegno, a De Chirico e Picasso e il mezzo espressivo di cui si
appropriò di si vaste esperienze fu il disegno”.

I suoi dipinti sacri sono permeati da un’intensa e sincera spiritualità religiosa e si adatta
perfettamente al misticismo dei luoghi sacri.
Altro tema ricorrente è quello dei paesaggi, la maggior parte dei quali Bedini realizza nelle
Marche nelle estati in cui faceva ritorno a casa ed è una pittura “del rispetto,(..) che non rinnega,
che non prevarica mai una tradizione, una compostezza e un rigore assimilati durante
l’esperienza scolastica”. (Lucio del Gobbo)
Ritrae una natura che sembra cancellare l’uomo che lo elimina nelle sue forme voluttuose, ma ne
è anche alleata e amica quando i colori si schiariscono per metterne in risalto le case i campi
coltivati il lavoro degli uomini, di quanti la vivono e la animano.
Nelle tele romane è il colore a prevalere con la sua pastosità quasi sgargiante con cui delinea le
borgate romane per poi affondare ancore nelle campagne.
Non può mancare un raffronto con Bartolini, padre del paesaggio marchigiano, col quale ha in
comune il ritratto del luogo vero, fisico, riconoscibile, ma mentre in Bartolini la figura umana ne
diviene spesso elemento di primo piano che quasi dialoga e fa ascoltare la sua voce, il paesaggio
di Bedini è silenzioso privo della figura umana quasi un riposo bucolico in cui assaporare colori
e profumi senza rumori.


Di notevole rilievo èla cospicua produzione di disegni che il Bedini ha lasciato con i quali
elabora, studia, carpisce e sperimenta sensibilità e tecniche. “I primi disegni, improntati alla
ricerca delle varie tipologie umane, appaiono infatti caratterizzati da segni tesi e graffianti che in
taluni casi rimandano a quel clima culturale che trasse la sua origine dalla sintesi dinamica del
futurismo”. (Maria Stella Sguanci). Con lo spostamento a Roma e la conoscenza di nuovi
influssi, anche il disegno di Bedini matura allargando la sua sfera di interesse con la
frequentazione della Scuola di nudo che lo accosta si al mondo classico ma contaminandolo con i
gusti del tempo presente. Nel ritrarre donne, uomini e ragazzi, Bedini non adotta mai una finalità
distruttiva nell’immortalare l’essere umano, anche quando si tratta di caricature i personaggi
sono percorsi da una speranza desunta dalla sua fede come evidenzia Antonella Micaletti.
Il primo tributo a Tarcisio Bedini è stato dato dalla sua città natale Ostra che nel 1971 lo ha
ricordato con una mostra il cui catalogo porta le firme di e i ricordi di Bruno da Osimo, Bartoli,
Ziveri, Mariani, Scorza, Oppo e vent’anni più tardi, nel 1991, con una mostra ad Ancona
allestita Atelier dell'Arco Amoroso dal 23 novembre al 12 dicembre, città dove Bedini lasciò
incompiuta una crocifissione nella Chiesa del Santissimo Crocifisso.


Tra i suoi lavori più importanti ricordiamo nel 1959 l’affresco per la chiesa di Sant’Antonio a
Settebagni di Sabina, la Sala del consiglio del Municipio di Catanzaro ultima decorazione che
eseguì nell’estate del 1961 a pochi mesi dalla morte. Qui, come racconta Andrea La Porta, fu
l’artista Ugo Ortona (vincitore del concorso per affrescare la sala e collega di Oppo) che volle il
Bedini ad eseguire il grande affresco. Collabora anche alle decorazioni del Duomo di Fabriano
nel 1951.



di Federica Candelaresi

Bibliografia
AA.VV, Tarciso Bedini, catalogo della mostra 23 novembre al 12 dicembre 1991, cura della
mostra e del catalogo Mariano Apa e Armando Ginesi, contributi critici e testimonianze di
Alfiero Aguzzi, p. Stefano Troiani, Lucio del Gobbo, Andrea La Porta, Maria Stella Sguanci,
Antonella Micaletti, Daniela Matteucci.
Le foto dei dipinti sono tratte dal medesimo catalogo edito dalla Provincia di Ancona, 1991.

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