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Di seguito presentiamo le tele conservate e restaurate presso la Sala consiliare del Comune di Ostra

L’ultima cena

L'ultimo pasto di Gesù con i discepoli è, dal punto di vista drammatico e simbolico, uno degli eventi culminanti del Vangelo. Da un lato, Gesù annuncia l’imminente tradimento di Giuda e la propria morte («Uno di voi mi tradirà»), dall’altro, spezzando il pane e condividendo il vino con gli apostoli, istituisce l’Eucaristia. L’iconografia dell’ultima cena è definita da uno di questi due momenti: quello dinamico e drammatico dell’annuncio del tradimento, con le reazioni dei discepoli sconvolti dalla rivelazione, e il momento mistico e solenne della comunione al Corpo e Sangue di Gesù.
Mentre l’arte orientale pone l’accento sul singolo tema della comunione, in Occidente si preferisce puntare l’attenzione sull’annuncio del tradimento; solo dopo il concilio di Trento, l’arte della Controriforma si sforza di recuperare la formula bizantina, preoccupandosi di glorificare il sacramento dell’Eucaristia.
La nostra tela pone l’accento sull’aspetto drammatico dell’annuncio del tradimento: la disposizione dei convitati, attorno ad una tavola rettangolare, consente di dare vivacità alla scena e un gioco di fisionomie traduce la reazione di ciascun apostolo all’ascolto delle parole di Gesù, creando movimento.
Al centro, secondo la tradizione iconografica, vi è la figura di Cristo, seduto in mezzo ai discepoli: la mano destra in atto benedicente, nella sinistra il Pane. Il mantello blu dichiara la sua natura divina, così come il nimbo, appena accennato, che gli circonda il capo. L’espressione del volto lascia intuire la profonda tristezza dell’anima; lo sguardo è rivolto in alto e diretto lontano, quasi ad anticipare l’invocazione che, più tardi, nell’orto degli Ulivi, diventerà esplicita preghiera: “Padre, passi da me questo Calice, ma sia fatta la tua e non la mia volontà”. Alla destra di Gesù è seduto Giovanni, con il capo confidenzialmente poggiato sulla spalla del Maestro, in atteggiamento di intima condivisione; a sinistra è raffigurato Pietro.
Di fronte a lui, dalla parte opposta della tavola, è seduto Giuda: è isolato, in primo piano a destra, rivolto verso l’osservatore; il suo sguardo è l’unico che non si interroga, che non cerca una risposta e che è privo di relazioni. In mano ha la borsa con i trenta denari, il prezzo del tradimento.
Giuda e Pietro hanno sperimentato entrambi l’amarezza del tradimento: anche Pietro ha tradito Gesù con il suo triplice e insistente rinnegamento, ma ha saputo poi accoglierne il perdono; il suo pianto, sgorgato dall’incontro con lo sguardo del Maestro, il pentimento e la consegna della sua debolezza, lasciano trionfare nella sua esistenza la signoria del Salvatore, che può fare di lui la roccia, su cui edificare la Chiesa. Entrambi, Pietro e Giuda, protendono la mano verso l’Eucarestia appena istituita e donata, ma, per Giuda soltanto, quel pane è coperto, reso irraggiungibile dalla cecità ostinata del suo cuore. Sulla sinistra, nel personaggio con il dito puntato verso Gesù, è probabilmente individuabile Tommaso: il dito ci richiama alla memoria la sua incredulità di fronte a Gesù risorto: “Se non metto il dito nei fori dei chiodi… non crederò”.

Fin dalle origini del cristianesimo, i catecumeni, nella quarta settimana di Quaresima, erano iniziati al significato simbolico del tetramorfo, immagine ricavata dalla celebre visione del profeta Ezechiele, che tenta di descrivere il “cocchio di Dio”, condotto da quattro esseri viventi, che avevano sembianze di uomo, leone, bue e aquila. Un’immagine simile ripropone Giovanni all’inizio dell’Apocalisse. Già dal II sec. le quattro figure animate della visione di Ezechiele e di Giovanni vengono lette come il simbolo degli evangelisti, individuando nel Vangelo il nuovo trono di Dio. La spiegazione e distribuzione degli attributi risale a san Girolamo e con Gregorio Magno diviene fissa: nella tradizione e nell’arte figurativa cristiana, quindi, vengono attribuite ai quattro evangelisti le immagini simboliche in relazione agli incipit dei rispettivi vangeli. Matteo ha l’uomo, perché il suo libro inizia con la genealogia di Cristo, il Dio incarnato; Marco ha il leone perché apre con la predicazione di Giovanni Battista, «una voce che grida nel deserto»; Luca ha il toro, che come il vitello e la giovenca è un animale sacrificale, perché il suo vangelo inizia con il sacerdote Zaccaria e il suo rito sacrificatore; Giovanni ha l’aquila, perché il prologo del suo Vangelo parla della divinità del Logos ed egli si eleva nelle regioni più alte e sublimi della conoscenza, come l’aquila si innalza in volo verso il sole, unico animale che può guardare direttamente la sua luce. Le figure sono dipinte a tinte accese e vivaci e si stagliano su un fondo che, in contrasto, è piuttosto cupo. Il movimento alla scena è dato dal panneggio delle vesti, sottolineato da evidenti effetti chiaroscurali, e dalla tovaglia spostata dal leone, che spunta da sotto il tavolo. La posizione dei quattro Evangelisti sembra racchiuderli in un ‘immaginaria circonferenza, simbolo di unità e completezza, a sottolineare l’unicità del messaggio evangelico, seppure affidato alla stesura di quattro diversi cronisti.

Santa Maria Apparve, San Gaudenzio e la terra di Montalboddo


Nella parete di fondo della Sala Consiliare, alle spalle del posto occupato dal Sindaco, si trova un quadro particolarmente caro alla città di Ostra, perché ricco di riferimenti storici e di testimonianze. La tela fu commissionata dal Consiglio Comunale di Montalboddo (antico nome di Ostra). Nella seduta del 17 gennaio 1657, il primo ordine del giorno formula questa proposta: “Vedendosi le gratie che giornalmente si ricevono da Santa Maria Apparve e dal glorioso San Gaudentio, nostro protettore, se pare ordinare che si facci un quadro dell’una e dell’altro e ponerlo in questa sala, per maggiormente infervorare ogn’uno alla loro devotione”. E’ una delle tante iniziative religiose, che si susseguono a partire dall’anno 1656, quando la città è nuovamente esposta al pericolo di un contagio di peste. Giuseppe Bonaventura Rossi, membro del Consiglio Comunale, prende la parola e precisa il progetto: “Me pare molto pia l’opera che si dice nella proposta; sarei di parere che si facesse un quadro di competente grandezza e di buona mano, con la Santa immagine della Vergine Santissima detta di Santa Maria Apparve e del Glorioso nostro protettore San Gaudentio, cavandosi la spesa tanto per la pittura quanto per la cornicie et per altro che sarà bisogno affine di riportarlo in luogo e nella forma più decente, degl’avanzi de straordinarij, i quali fra tanto non si possono convertire in altro reso; e sopra ciò siano deputati i signori Priori pro tempore, Illustris Franciscus Carsidonei et set Anton Francesco Persichelli”. L’approvazione del Consiglio è unanime; passano soltanto quattro giorni e il Camerario del Comune consegna “scudi sei, baiocchi sessanta sei, quattrini tre per a buon conto della valuta del quadro”: il pittore è già stato individuato e pattuito anche il costo del quadro. A realizzare l’opera sarà proprio quel Francesco Carsidoni, Priore deputato a rendere operativa la decisione del Consiglio Comunale.
Per vedere l’opera terminata occorre attendere oltre un anno e mezzo: nel frattempo viene versato un secondo acconto e poi il saldo. Il quadro viene pagato venti scudi. E’ subito collocato nella sala consiliare, ad invocare sulla terra di Montalboddo la protezione divina.
Nel 1675 finalmente la tela viene dotata di una cornice adeguata, dorata e simile a quelle che rifiniscono i ritratti del cardinale Cherubini e degli altri personaggi illustri, ancora oggi custoditi nel Palazzo Comunale. Ad un esame attento di quella cornice, è facile rilevare che, nel legno, tra il Settecento e l’Ottocento, qualcuno ha ritenuto opportuno annotare alcuni accadimenti, di varia natura, in una sorta di “diario murale” improvvisato:
“21 marzo 1745 passarono per qui 2000 spagnoli”
“20 maggio 1814 vennero 400 Napoletani e si trattennero 4 giorni”
“3 maggio 1816” passarono 10.000 tedeschi di fanteria e 2000 di cavalleria”
“3 novembre 1858 dopo quattro giorni di pioggia, seguirono due giorni di acqua”.
Il quadro, oltreché testimoniare la fiduciosa religiosità dei cittadini di Montalboddo, ha anche un grande valore documentale: è l’unica fonte, infatti, che ha custodito un’immagine della struttura urbanistica secentesca di Montalboddo.
La tela misura cm 153 x 230. La figura dominante è quella della Vergine Maria, seduta, con il Bambino in grembo, le braccia sono aperte, con le palme rivolte verso l’esterno. Il corpo è interamente ricoperto da un ampio mantello bianco, bordato e foderato di rosso. Il capo è ricoperto da un velo, su cui è appoggiata la corona. È insolita la posizione delle ginocchia, aperte, e del Bambino, che non è in alcun modo sorretto o trattenuto dalle braccia della Madre. Questa particolare iconografia ha suggerito delle ipotesi anche rispetto al titolo, con cui la Vergine Maria è venerata nel Santuario di Ostra. Il prof. Bruno Morbidelli, appassionato studioso e cultore di storia locale, ha suggerito.

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