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Affidiamo la biografia di Giovanni Fazi, le cui opere sono conservate nel Comune e nella Chiesa di Santa Maria della Misericordia di Cupramontana e nella Pinacoteca Pianetti di Jesi, ad un articolo del pittore, poeta e saggista, Elia Bonci (Cupramontana 1866 – Macerata 1953) che non solo fu suo concittadino, ma anche suo studente e ammiratore che ben lo conobbe e lasciò di lui questo bel ricordo impresso nelle pagine del Corriere Adriatico di Ancona del 26 luglio 1929.

"Il 30 gennaio del 1926 la fatto dell’Estinto nostra cittadina di Cupramontana fu dolorosamente colpita da una luttuosa notizia. Il Pittore Prof. Giovanni Fazi, nostro concittadino, nobile figura di uomo e di artista, da tutti conosciuto e amato per la sua squisitezza d’animo, per il suo carattere schietto e franco, per la sua valentia, si è spento il giorno avanti in Roma, fra il compianto dei suoi cari, nella tarda età di 88 anni. E molti, visibilmente commossi, si affollavano innanzi ad un manifesto listato a lutto, che a memoria delle virtù dell’Estinto e ad attestato di gratitudine, quel giorno stesso aveva fatto affiggere la locale Congregazione della Carità.
Secondogenito di dodici figli, Giovanni Fazi nacque in Cupramontana il 27 gennaio nel 1838 da Pier Andrea ed Anna Cotulelli, agricoltori in contrada San Michele.
Grazie alle favorevoli circostanze in cui si trovava in quei tempi l’istruzione paesana, poté compiere gli studi letterari e scientifici nel Borgo Natio, sotto buoni e spesso ottimi Insegnanti, fra cui mi piace Ricordare i due dotti Monaci Camaldolesi Maccolini e Piccinini. Quest’ultimo, secondando l’indole del giovinetto, fu tra quelli che consigliarono il padre a fargli studiare pittura, piuttosto che avviarlo per la carriere ecclesiastica, dal padre stesso, fervente cattolico, vagheggiata.
Così fu mandato in Osimo, e affidato ad un tale, che in quella città godeva fama di buon pittore. Sennonché, dopo parecchi mesi sciupati sotto una guida di scarso valore, se ne allontanò, dolente di non aver quasi nulla concluso, ma più che mai desideroso di apprendere quell’arte divina, verso cui si sentiva irresistibilmente chiamato.
I consiglieri del povero Pier Andrea gridavano: “ci vuol Roma, ci Vuol Roma!” Ma come mantenere un figlio a Roma, lui campagnolo e padre di numerosissima famiglia? Il giovane aveva allora 19 anni, ed era stato già alla famiglia di grave peso in Osimo, città così poco esigente in confronto della grande Roma. Ma insistendo gli Intelligenti, e soprattutto reclamandolo la ferrea volontà del figlio, Pier Andrea avanzò domanda di sussidio al Comune di Cupramontana, il quale l’accolse concedendo lire 360 annue. In verità era poco; ma a Giovanni, disposto ai più duri sacrifici, pur di vedere coronati i suoi ideali, parve una somma più che sufficiente per mantenersi a Roma.


E corse a Roma…cioè… vi si recò, come di poi molte volte, non con la comune diligenza, abbastanza comoda per quei tempi, ma col rustico carro da trasporto di pollami, uova e d altre mercanzie.
E giacché sono a dire di questi viaggi a Roma, non posso tacere, a lode della energia e della volontà del giovane Fazi, che spesso ne percorreva la strada del ritorno semplicemente a piedi, sotto la sferza del sole d’estate, superando per la via più breve, montagne e attraversando valli solitarie, ove si fermava di tratto in tratto per mangiare un tozzo di pane e per togliersi la camicia inzuppata di sudore, e rimettersela dopo averla asciugata al sole.
Si recò dunque a Roma nel 1858: aveva 20 anni. Non è a dire con che entusiasmo incominciasse a visitare i monumenti dell’eterna Città, e che evoluzione si compisse nel suo spirito, assetato di bellezza, innanzi al capolavori dell’arte romana, agli affreschi del pittore di Urbino.
Ammesso al’Accademia di S. Luca, in breve tempo, sotto il Coghetti, il Podesti e il Minardi fece meravigliosi progressi, tanto che il Minardi stesso lo apprezzava grandemente.
Dopo alcuni anni di studio, superati con molta lode i concorsi finali della’Accademia volle attestare al proprio Comune la sua gratitudine per il sussidio che gli largiva, inviandogli in omaggio due quadri ad oli, una copia della Vanità del Tiziano e uno studio di nudo dal vero.
Ma chi lo crederebbe? I signori Amministratori del Comune si mostrarono così diffidenti, che ne misero in dubbio l’autenticità dell’autore. Dirò anzi di più: vi fu chi osò porre in proposito questo dilemma: O questi lavori sono del giovane Giovanni Fazi, e allora oggi non ha più bisogno del nostro sussidio, essendo già artista provetto; o non sono i suoi, e allora ha tentato d’ingannare l’Amministrazione che lo benefica. È fu così che il sussidio gli fu irrevocabilmente tolto.
Quei due quadri, appesi ancora in una scala del Comune di Cupramontana, stanno a dimostrare due cose: il progresso che aveva fatto il Fazi in pochi anni di studio, e quanto sia difficile cogliere nel segno, anche quando si tratti di aprire l’animo ad una generosa gratitudine.


Ma il Fazi era troppo superiore a certe miserie. Egli, come leggo in buoni appunti favoritemi dal Prof. Giuseppe Dottori, “non levò lamento, e per dimostrare ai suoi concittadini quanto fosse falsa l’accusa, chiamò tale Nicola Bizziccheri, cappellaio di Cupramontana, il quale aveva una testa originale, con capelli lunghi e spioventi, e in cinque o sei giorni ne fece il ritratto riuscitissimo, che espose, degustando la generale ammirazione. Così si vendicò del torto patito.”
Ma non per questo il Comune di Cupramontana si ricredette, ne riconcesse il sussidio. Intanto peggiorando assai le condizioni finanziarie della famiglia Fazi, si rischiava di gettare il giovane artista in una fatale disperazione.
Senonchè la Provvidenza, che aveva dato al Fazi una salute di ferro e una mirabile costanza di volontà, gli fece superare anche questo periodo estremamente difficile della sua giovinezza.
E andò avanti a forza di stenti e privazioni, e accettò lavori per compensi irrisori; dovette assoggettarsi ad eseguire copie di quadri, con molto danno della sua personalità artistica; si trovò ad enormi fatiche lavorando giorno e notte, e si contentò per diverse settimane di vivere letteralmente di solo pane, bagnato nelle pubbliche fontane di Roma pur di raccapezzare un gruzzoletto, metter su un piccolo studio e rendersi indipendente da qualche sfruttatore, che con insistenza lo ricercava.
Frequentò nel frattempo anche lo studio del Bompiani da cui ebbe molte commissioni di ritratti che il nostro Fazi, peritissimo in quest’arte, eseguiva e firmava. Finalmente, avendogli qualche buona composizione di quadretti di genere cattivato il favore degli intelligenti, il vagheggiato piccolo studio fu aperto.
Così passarono anni, nel 1872 parve che la fortuna finalmente gli sorridesse. Riporto qui un passo importante degli appunti favoritemi dal Dottori.
“Correva l’anno 1872 quando venne in Roma una signora ricchissima da Vienna, la quale si rivolse ad uno dei migliori pittori di allora (Minardi, se non erro) per aver lezioni di pittura per la propria figliola, amatissima di quest’arte. Il pittore, non potendo accogliere la domanda della signora, la indirizzò al Fazi dicendole che si sarebbe trovata molto contenta, perché il Fazi era un bravo artista. La signora si presentò al giovane con il biglietto di presentazione di quell’illustre pittore, ed il Fazi tra il confuso e l’obbligato per tanto onore, accettò l’incarico. L’alunna, date la sua disposizione per l’arte, fece grandi progressi, e la mamma nel partire, per mostrare la sua gratitudine, invitò il Fazi a recarsi a Vienna nel prossimo autunno, ove doveva tenersi un’esposizione mondiale.”
Intanto anche Ancona aveva indetto per quell’anno un’esposizione di Belle Arti. Il Fazi interrogato da qualche indiscreto se intendesse prendervi parte, non volendo seccature, rispose evasivamente e si chiuse nel suo studio. In capo a pochi giorni eseguì un magnifico autoritratto, che inviò tosto ad Ancona. Quivi il quadro ebbe un successo assai lusinghiero, e fu giudicato degno di medaglia d’oro e dell’invio all’esposizione di Vienna.
Ma qui successe che mal si può spiegare da chi non abbia conosciuto il carattere dell’artista. Egli fu così poco amante del chiasso, così dubbioso dell’opera sua, così restio alle lodi, che non solo non volle andare a Vienna, ma fece tutto, anzi protestò, perché il suo ritratto non vi fosse inviato. E, siccome il comitato di Ancona non tenendo conto del divieto dell’artista, credette suo dovere, per il buon nome dell’arte nostra, di mandarlo ugualmente, il Fazi indegnatissimo ricorse al Ministero, riuscì a far fermare a Venezia il quadro e riaverselo nel suo studio a Roma.
Perché? “Perché la testa è bel finita, ma il vestito è solo buttato giù” così il Fazi rispondeva molti e molti anni dopo a me che ammirando quel ritratto nel suo studio a Jesi, gli rammentavo l’incidente. Al contrario io pensavo che ciò che egli chiamava difetto, era invece uno dei più bei pregi del quadro, che in verità, appunto per quella parziale trascuratezza, spira dal volto tanta esuberanza di vita.
Ma nelle Capitale le esigenze diventavano sempre più serie e grazi, ed il Fazi si accorgeva con dolore che i discreti guadagni compensavano appena il mantenimento dello studio. D’altra parte (il cuore vuole la sua parte) voleva unirsi alla donna che amava da tempo scelta nello stesso suo luogo natio. Sicché pensò di tornare a Cupramontana.
Ivi nel 1873 aprì uno studio, e dipinse parecchi ritratti e parecchi quadretti di genere, i quali ultimi inviava di volta in volta a Roma per essere venduti agli stranieri, che li pagavano a buon prezzo.
Nella stessa Cupramontana istituì una scuola serale gratuita per gli adulti, la quale fece un granbene, specie negli operai, e rialzò la sorte dei mestieri locali da farli assurgere, qualche volta, a dignità d’arte. Se ne videro anche i frutti in una esposizione tenuta nella nostra cittadina nel 1875, della quale esposizione furono anima il Fazi e il Prof. Dottori. Nel 1880 il Fazi fu chiamato ad insegnare disegno nelle scuole tecniche di Jesi, e ne ottenne poco più tardi il diploma per titoli dal Ministero della Pubblica Istruzione.
In quella città ove io ebbi la ventura di averlo per maestro, oltre a vari ritratti, dipinse una Pala di Altare, che presentemente trovasi nel Coro della Chiesa dei Cappuccini, e diede grande impulso e sviluppo a quella scuola serale di disegno, frequentata specialmente dagli orefici.
Nella esposizione di Jesi, tenutavi nel 1902, a cui prese parte fuori concorso con molti buoni lavori ad olio e ad acquarello, fece buona impressione anche il quadro rappresentante “l’inciendo di Cupramontana” quadro che eseguì con la schietta intenzione di riprodurlo in grande a tempera per il sipario del teatro della sua Cupramontana, ma che per circostanze estranee alla sua volontà, non poté mandare ad effetto.
Verso il 1912, colto da una grave malattia agli occhi, che negli ultimi anni lo rese cieco, cessò la sua attività artistica.
Ora riposa nel nostro Camposanto, vicino ad una figlia adorata.
Scrive ancora il Dottori: “Negli ultimi anni, quando tornava da Roma a Cupra per passare la stagione estiva e autunnale, faceva immancabilmente la sua passeggiata verso S. Michele, e dall’alto si fermava ad ammirare, per quanto poteva scorgere con la sua vista che si andava spegnendo, la valle sottostante, ferace di ottimi vini; e quando udiva il suono delle campane della chiesuola, Michelina e Margherita, che salutavano il giorno che muore, soleva esclamare: “O care, o deliziose, o sante voci amiche, che tante cose mi ricordate!” Infatti da bambini aveva composto in quella chiesina anche un bel Presepio con figure di creta, da lui modellate e dipinte.
Il Fazi fu essenzialmente pittore di ritratti. Uno dei più belli, oltre all’autoritratto sopra ricordato, è quello di una Signorina della nobile famiglia Battaglia di Cingoli, fatto dalla maschera, essendosi essa spenta nel fiore dell’età. Né il pittore ebbe in quella occasione altri sussidi materiali all’infuori di una fotografia della morta di quando era bambina.
Meritano anche speciale distinzione per somiglianza e per arte, i ritratti del padre e della madre dell’artista, quello della sua signora, quelli dei signori Agapito Salvati e Rinaldo Angelini di Cupramonatana, Geniale Gandolfi e Prof. Copparoni di Jesi, del Maestro Bruti di Sangenesio, del Briolini di Gazzaniga e dell’Avv. Pietro Pellegrini di Macerata.
Il nostro artista dipinse quasi sempre ad olio ma, non trascurò la tempera e l’acquarello, il quale gli piaceva assai, e di cui era peritissimo, forse più che nell’olio. Fra i suoi studi ad acquarello vi è una testa di vecchio, che espose a Jesi nel 1902 è che fu ammiratissima.
Il Fazi fu pittore coscienzioso ed onesto, buon conoscitore e spassionato apprezzatore del vero merito in fatto di arte. I capolavori antichi e moderni gli furono familiari, e benché figlio dell’arte antica, discuteva dei moderni con competenza non comune. Fra questi ammirava il Michetti, ma non potè mai digerire le aberrazioni dei modernissimi".

Elia Bonci
Dal Corriere Adriatico di Ancona, 26 luglio 1929 An.VII n°179