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Claudio Ridolfi nacque a Verona nel 1560 da Fabrizio Ridolfi nobile e facoltoso capostipite della famiglia che incoraggiò il giovane artista a trasferirsi nella bottega veneziana di Paolo Veronese per addentrarsi nei segreti dell’arte pittorica. Un periodo di praticantato che produsse alcune opere purtroppo perdute e che si concluse con la morte del Veronese nel 1588 quando Ridolfi, tornato a Verona, firmò la sua prima opera da solista: un’Assunzione per il Santuario della Madonna di Campagna. Il dipinto fu miseramente disapprovato dai suoi concittadini eppure era fedelissimo agli insegnamenti del Veronese.  Dopo questo fallimento che probabilmente decise di spostarsi a Roma, città dove si compì un incontro decisivo per la vita e la personalità artistica del giovane artista veronese; nella capitale, infatti, conobbe le opere dell’inquieto Federico Fiori, detto il Barocci, ormai prossimo ad abbandonare le mura pontificie per rinchiudersi nella natia Urbino.
L’incontro con Barocci rappresentò una tappa fondamentale nella lunga esistenza del Ridolfi: egli non gli fu solo maestro, ma sincero amico e risoluto sostenitore.

Un reciproco rapporto di stima e di rispetto facilmente percepibile nelle tele di Ridolfi che spesso ripropose tout court i personaggi barocciani, citandoli e replicandoli quasi come atto di rispetto e di affetto verso l’amico-maestro.

Con Barocci si trasferì ad Urbino e malgrado fosse stato subito assoldato come ritrattista nella corte roveresca, i suoi spostamenti verso Verona furono ancora assai frequenti, corroborati e rinvigoriti anche dai nuovi insegnamenti di Barocci. Iniziò così quel “pendolarismo” tra Veneto e Marche, che fece guadagnare a Ridolfi l’etichetta di “pittore dalle due anime”, come lo definì Carlo Volpe riferendosi alla sua formazione metà veneta e metà marchigiana. Alla morte di Barocci, nel 1612, Ridolfi abbandonò Urbino per stabilirsi definitivamente a Corinaldo, città natale della moglie, da dove continuò instancabilmente a produrre opere a soggetto sacro commissionate da ogni parte delle Marche dove ormai la sua fama non permetteva rivali.

A Corinaldo morì il 26 novembre 1644 e fu sepolto nella chiesa parrocchiale di San Pietro.

Claudio Ridolfi fu un personaggio di riguardo nel panorama artistico marchigiano del Seicento. In molti dei suoi scritti egli stesso riconobbe di aver avuto grandi affermazioni nel corso della sua lunga e agiata vita e, infatti, la sua fervida attività artistica si dipanò tra successi di pubblico e richieste di committenti grazie anche ad una straordinaria abilità e velocità di esecuzione nel ritrarre personaggi sacri intrisi di realismo, ma mai drammatici o sofferenti seppur amabilmente affettati. L’oblio su di lui venne a calare a partire dagli anni successivi la sua morte quando fu ignorato e quasi dimenticato, almeno finché il gesuita marchigiano Don Luigi Antonio Lanzi non lo riscoprì. Fu lui infatti a parlare per primo, nel 1795, di una “scuola ridolfiana” nelle Marche che rivestì una notevole importanza nello sviluppo artistico e formativo dei pittori marchigiani. Tra i suoi allievi più noti vi furono Giovanbattista Amigazzi, Girolamo Cialdieri di Urbino e Benedetto Marini, anch’egli urbinate e attivo in molte chiese di Padova. Cantarini sostenne che Ridolfi avesse bottega non solo nelle Marche, ma anche a Verona e Bologna.

Anche Pietro Zampetti lo descrisse come uno degli interpreti di quel “flusso veneto” che, iniziato nel Trecento, condusse molti maestri veneti a lavorare e stabilirsi nelle Marche tanto da identificare questa terra come propria patria. Il riconoscimento definitivo fu suggellato dalla mostra curata dal Centro Beni Culturali della Regione Marche nel 1994 quando, per la prima volta, fu presentata al pubblico tutta la nutrita sequenza delle opere marchigiane e venete del Ridolfi appena uscite da lunghe ed attente opere di restauro e di catalogazione del patrimonio artistico marchigiano.

La copiosità delle opere, ripetitive nelle struttura iconografica e nella scelta del tema sacro, racchiude, in una sapiente mano d’artista, tutte le influenze che il convulso periodo della Controriforma cattolica e la lotta contro le ondate protestanti europee prescrissero all’arte figurativa, già carica di tutti i dubbi e le incertezze proprie di un’epoca di transizione. Tele che ben mostrano le influenze del Veronese, di Palma il Giovane e del Barocci, e si muovono dai principi del magistero manierista post-tridentino fino a sfiorare i suggestivi volumi plasmati dalla luce tipici del Barocco.

Il “pittore dalle due anime”, come lo ha definito Carlo Volpe per la sua formazione metà veneta e metà marchigiana, ha regalato alla nostra terra valenti pitture anche nei centri periferici dell’entroterra. Non è per nulla difficile, infatti, aggirandosi nelle terre del Montefeltro o in quelle dell’Anconetano, trovare in qualche piccola chiesa di paese una tela firmata da Ridolfi: le sue composizioni toccarono paesi come Arcevia, Barbara, Ostra, Ostra Vetere, Monsano, Belvedere Ostrense, Morro d’Alba, e naturalmente Corinaldo, oltre a centri storicamente più importanti come Osimo, Ancona, Senigallia, Jesi, Fabriano.

 



di Federica Candelaresi e Silvia Serini

 

 

 

 

 

Bibliografia
Carlo Ridolfi, Le Maraviglie dell'arte: overo le vite de gl'illustri pittori veneti, e dello stato..., Volume 2, Venezia 1648.
Pellegrino Antonio Orlandi, Abecedario Pittorico del M.R.P.Pellegrino Antonio Orlandi: Bolognese. contenente le notizie de professori di pittura scoltura ed architettura in questa edizione corretto e notabilmente di nueva notizie Del M.R.P.Pellegrino Antonio Orlandi, Appresso Giambatista Pasquali, 1753.
Carlo Grossi, Pompeo Gherardi, Degli uomini illustri di Urbino commentario del p. Carlo Grossi, per G. Rondini, Urbino 1856.
Bartolomeo dal Pozzo (Conte.), Le vite de’pittori, degli scvltori, et architetti veronesi, A. Forni, Verona, 1718.
AA.VV. Claudio Ridolfi, un pittore veneto nelle Marche del ‘600, Il Lavoro editoriale, Ancona 1994.

 

 

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