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Planina: una città misteriosa di cui è sopravvissuto il nome nella tradizione locale, ma anche in alcuni documenti storici, lacunosi e imprecisi, che hanno attirato l'attenzione di illustri storici del passato e del presente.

Di sicuro sappiamo che nella fertile valle dell'Esino questa città esisteva ed era anche un nucleo abbastanza importante, a volte citato da storici latini e ben definito, solo nel Settecento, da Giuseppe Colucci nella sua monumentale opera Delle Antichità Picene.

La città era probabilmente un libero municipium romano, distrutta a partire dal 404 con il susseguirsi delle invasioni di goti, unni, vandali e visigoti.

Planina, Plenina, o Planio secondo i toponimi ritrovati e tramandati, ha una difficile identificazione che lo stesso Colucci premette nella sua descrizione: "poco a noi rimane delle di lei memorie, già divorate dal tempo più che non si maltrattarono i barbari". Il Colucci adotta le notizie fornite da due storici locali di chiara fama come Sebastiano Marini di Castelplanio e Francesco Menicucci di Cupramontana, e un preziosissimo scritto dello jesino Lancellotti intitolato Compedio cronologico delle antiche memorie della città di Planio.

Colucci la descrive come un'amena città sulla riva dell'Esino spesso confusa con Castelplanio per assonanza di nome, ma che sorgeva in posizione diversa forse più vicina all'Abbazia di Sant'Apollinare nel territorio tra Monteroberto e Castelbellino dove erano presenti ruderi romani di pavimenti a mosaico, pezzi di acquedotto e fogne, lastre di marmo e medaglie. L'Esino era il confine tra il Piceno e l'agro gallico e di sicuro la città di Planina era una colonia che estendeva i suoi confini nella parte della Gallia Senonia su una zona molto fertile. Colucci narra del ritrovamento di un gruppo di statuine di bronzo che rappresentavano un sacrificio a Iside acquistati dal Bertrando Chaupy di Tolosa, e un altro piccolo gruppo scultoreo acquistato dallo jesino Niccolò Mosconi.

La distruzione della città è avvenuta per mano dei barbari e vien puntualmente spiegata da un manoscritto anonimo ritrovato dal Menicucci e riportato dal Colucci:

"Dopo la total distruzione della suddetta colonia pensarono i popoli Planiensi, cessate le irruzioni di quei barbari, tragittare il vicino Fiumesino in sito poco assai distante meno assai d'un miglio presso il rio, o fosso detto Repetino, ora di pieno dominio del sig. cavaliere Pietro Colocci di Jesi, e fabbricar ivi un castello col natio nome Plano, confrome ancora al presente si denomina. Scorgersi in esso per anche l'antica fossa e forma dalle mura castellate, e nel cui recinto rivengosi idoletti, e croniole, che nei passati anni alcune si riserbavano dal sig. d. Niccolò Bartolini di questo luogo, rigalate poi all'eruditissimo monsig. Lauri già Vic. generale di Jesi oltre le molte monete ritrovate coll'incisione di varie figure, specialmente da un colono detto sig.Colocci, che consegnolle al fu ab. d. Carlo Rinaldi, per esitarle in Roma dove foron vendute scudi 40. come per testimonianza del sig.can. Domenico Fratini, che depone averle venduta ocularmente. Si scuoprono bene spesso urne ossuarie, ed olle cinerarie, e fosse di frantumati cadaveri, come anni sono insieme con altri soggetti qualificati fece minuta osservazione questo stesso pubblico maestro sig. d. Angelo Antoni Rastelli. Per antica tradizione di vecchi ottuagenarj ancor vivanti sono state vedute le succennate mura castellane di gran lunga maggiori, ma per la corrusione, che di continuo fa il detto fosso Repentino restano avulse e sbarbicate quasi interamenete, rimanendo oggi più muraglie sepolte, ed altre demolite dallo stesso sig. Colocci per la fabbricazione di case rurali, e della Chiesa ivi contigua detta del SS. Crocifisso, ove si vedono dagrandi, e quadrate pietre formate e tolte da' muri antichi d'una chiesa Gotica rimasta fotto le rovine di detto roccato luogo, per opera del sg. can. Domenico Fratini ancor vivente, che assicura di fatto proprio aver nell'anno 1717 demolire quel misero avanzo di antica chiesa per costruire l'altra. il recinto e circondario di Castel Planio è rimasto dopo la sua rovina un sito del tutto inculto, e sodivo, conforme in parte si vede a' giorni nostri, era però d'un'ampiezza coniderabile. qual fosse la di lui circonferenza ed estensione chiaramente ce lo dimostra un'antico catasto fatto per Cintio Alessandri Podiano l'anno 1695. Ivi pa.63. Item un... pezzo (di terra) prativo e sodivo nella contrada del fosso di Repetino appresso la strada comune e il fosso C. 1495 ".

Gli abitanti che erano sfuggiti alle devastazioni dei barbari costruirono un nuovo agglomerato urbano con mura difensive al di là dell'Esino che venne raso la suolo da Francesco Sforza nella prima metà del 1400, così che "quelli che sopravvissero, passarono a stabilirsi in un'erta collina lunge due miglia, ove possedevano comode abitazioni di diporto, edificarono un castello con l'antico nome di Planio, che è appunto l'odierno, presso i fortilizi e torri preesistenti."

Nella realtà Castelplanio deve le sue radici all'Abbazia di San Benedetto dei Frondigliosi costruita su di un colle, vicino al quale è stato eretto "Castel del Piano", cioè un nuovo castello in pianura che subì le aggressioni di Niccolò Piccinino contro Francesco Sforza. Le mura vennero ricostruite a spese degli abitanti superstiti con una doppia cinta ancora in parte visibile e conservata assieme alla pavimentazione, ad un pozzo nel cortile centrale, e due torrioni, uno poligonale e l’altro con base quadrangolare.

 

Giuseppe Colucci, Delle antichità picene dell'abate Giuseppe Colucci patrizio camerinese, Tomo IV, pag. 115 e segg. Tomo XXI, pag. 3 e segg.Fermo, 1795.

Gaetano Moroni, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica da S. Pietro sino ai nostri giorni ...,Volume 55, pagg. 280-281-282, Tipografia Emiliana, 1852.


Foto di: www.prolococastelplanio.it

 

 

 

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