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Due volte pittore

La vita “artistica” di Gigli è composta da tre periodi distinti, anche se strettamente affini tra loro: il primo come pittore, il secondo come restauratore e poi nuovamente pittore. Due volte pittore insomma, ma in maniera completamente diversa.
Giuseppe comincia a dipingere giovanissimo. Le prime tele e tavole sono datate fine anni ’60 e inizio ’70, ma confrontandole con quelle odierne, a colpo d’occhio, risulterebbe obiettivamente difficile stabilirne la medesima paternità. Solo con un’analisi ben più attenta, a partire dai concetti ispiratori e dall’elaborazione della trama, si possono notare riferimenti e rimandi analoghi.
Giuseppe esordisce in pubblico esponendo al Premio Salvi nel 1974, un traguardo particolarmente ambito per un giovane pittore. Gli anni ’70 corrispondono al periodo astratto. Gigli inizia la sua giovanile ricerca partendo da forme che ereditano “l’iperattività” futurista per poi divenire, in fase di sviluppo, pure figure mentali e immateriali, in perfetta e involontaria sincronia con i tempi e con le tendenze artistiche. Negli anni ’80 vive una rinnovata passione per la mitologia greca. Una sorta di ritorno al classico segnato da racconti e leggende sfocate che si materializzano con una violenza graduale opera per opera, fino a mutare in “macigni” ancorati al presente attraverso l’ausilio di oggetti e materiali assemblati alla tela.
È a questo stadio di ricerca che in qualche modo resta congelata la prima fase pittorica di Giuseppe Gigli.
Dopo aver frequentato la scuola di restauro a Firenze, comincerà un’appassionante carriera come restauratore, ma facendosi particolarmente apprezzare in seguito come abile mercante d’arte e consulente esperto in falsi d’autore.
Nel lungo periodo passato nella rosa dei restauratori che lavorano presso Palazzo Ducale di Urbino si ritrova, per forza di cose, a stretto contatto con sovrintendenze e ispezioni di vario genere, non di rado caratterizzate dalla discutibile competenza.
Nel corso della sua professione migliaia di opere verranno a contatto con i suoi strumenti del mestiere; opere d’arte dimenticate, riscoperte e riportate alla luce, tutte provenienti da epoche in cui l’arte era esclusiva maestria di mani che già da secoli non circolavano più nel mondo dei vivi. È in questo periodo che conosce e collabora con noti mercanti, storici e critici quali Federico Zeri, Giuliano Briganti, Luigi Salerno e moltissimi altri. L’occhio già predisposto e ulteriormente allenato di Giuseppe Gigli riscopre capolavori dimenticati e smaschera falsi che occupano impropriamente posti d’onore nei più grandi musei. Molti e svariati addetti si avvalgono della sua consulenza per avvalorare opere destinate alla compravendita. Non solo individua e distingue copie d’epoca da quelle tarde alle repliche, ma addirittura, in numerosi casi, per farlo gli è sufficiente passare una mano sulla tela.
Nonostante ciò, questo periodo della vita di Gigli è paragonabile a un iceberg. Veramente poco è ciò che racconta, ancora meno sono gli eventi che cita appena e che subito dopo termina con un “Preferisco non parlarne… fa parte di un’altra vita!”.

Il suo lavoro si muove fra aste, musei e collezioni private. I numerosi rapporti che intrattiene lo conducono in Europa e negli Stati Uniti, dove tra l'altro lavorerà per lunghi periodi su incarico di collezionisti e appassionati, non di rado, ricchi e viziati. Tuttavia, non perde mai di vista la sua profonda e reale passione per l'arte , tanto da spostarsi continuamente e affrontare lunghi viaggi pur di visitare una mostra.
Malgrado i successi ottenuti durante la sua carriera in cui si alternano, come da norma, momenti favorevoli a periodi bui, chi conosce bene Giuseppe può capire come tale ambiente, in cui spesso l’apparire è fondamentale più dell’essere, possa stringergli addosso come un abito mal cucito. È ancora giovane quando stanco del mondo irreale, fittizio e completamente inventato dell’arte, decide di dedicarsi esclusivamente all’arte stessa. Giuseppe semplicemente lascia tutti quegli impegni che l'hanno tenuto lontano per lungo tempo dalla sua città natale; recupera quella salutare lentezza della provincia, lasciandosi alle spalle tutto quel clamore che intorno all'arte ruota. Giuseppe ama la buona compagnia e il silenzio, tanto che durante il periodo estivo, quando la sua Arcevia si agita fra turisti, eventi e manifestazioni, preferisce rifugiarsi con pochi amici in piena montagna, contento di godersi ogni istante il Misa che rinasce.

Un concettualismo esplicito

Giuseppe Gigli svolge un percorso inverso all’abtrahere (astrarre). Egli parte da una forma scarnificata e ridotta a concetto di fondo per tornare ad aggiungere sagome, dettagli e materia reale, fino al colore dato sotto forma di punti che stabilisce una lucida verosimiglianza dell’opera con l’immagine percepita dall’occhio. Una distanza abissale fra le opere, per così dire, giovanili e quelle della maturità. Una consapevolezza artistica a cui, la preparazione e l’operare per anni come restauratore specializzato nell’arte cinquecentesca, non può non avere influito su più fronti. Se da un lato, l’avere a che fare con tele dei pittori d’oltralpe abituano la vista di Giuseppe a una determinata “qualità” dell’immagine pittorica, dall’altro, il lavoro svolto con pennelli finissimi e punte spesse quanto spilli lo conducono verso un lavoro “mastodontico” racchiuso in una piccola porzione di tela. Dettagli di un’opera realizzati con piccoli colpi di colore sovrapposti e ravvicinati che, nella visione d’insieme, restituiscono quel senso reale di vibrazione della luce, di ombre colorate e di porzioni completamente buie. Le stesse pennellate sono piccole opere a sé stanti. Ogni sfumatura non è altro che il risultato della sovrapposizione in diverse dosi dei colori primari; reali punti geometrici (come enunciato più volte) cooperanti un un’unica coreografia cromatica che Gigli dirige osservando il risultato di ogni aggiustamento attraverso una lente d’ingrandimento. La resa d’insieme è una magia pura, così come solo la natura può fare. Tuttavia, la realizzazione pittorica dell’opera è l’ultima fase di un lavoro ben più complesso. Ogni tela è un vero e proprio progetto: un’idea che va studiata e analizzata nei vari passaggi e che richiede una reale pianificazione del lavoro. Gigli, in effetti, non è un artista, bensì un progettista e organizzatore pittorico. Nulla è frutto di un momentaneo slancio creativo o di impressioni riversate sulla tela nell’arco di una sola notte. Ogni opera è una costruzione, prima di tutto, mentale. Anche durante i preparativi della fase propedeutica alla realizzazione della tela, Giuseppe ha già programmato il risultato finale. Gli stessi soggetti e oggetti che saranno portatori del messaggio pittorico vengono studiati singolarmente fin nel minimo dettaglio. Ogni volto prende vita nella sua mente; lui già sa quali dovranno essere i segni della pelle, quali esperienze e quale passato dovranno luccicare dentro lo sguardo di ciascun personaggio, così che, dentro ogni storia, si intuiscano essere racchiuse tante altre singole vicende. La medesima cura si ritrova nell’ambientazione scenografica dell’opera. Ogni oggetto e ogni piega, fino ad uno sfondo prospettico che termina nell’orizzonte: nell’opera di Gigli tutto ha senso iconografico e un significato che supporta e consolida la storia enunciata.
Come quando nella lettura di una fiaba la voce narrante si fa più vivida nei passaggi focali, così Giuseppe governa il suo lettore d’immagini conducendone lo sguardo. Creatore dell’opera e padrone della vista che ne fruisce: un’osservazione guidata itinerante fra le luci della tela. Gigli indaga sulle luci dirette e luci diffuse combinando e regolando, con vere e proprie equazioni, le ombre più nere con le varie scale di potenza della luminosità. È così che indica il percorso visivo, in realtà l’unico che egli rende possibile, ma
senza farlo sapere. Tuttavia, le luci e le ombre non sono gli unici elementi che concorrono alla costruzione architettonica dell’opera. Direttive fondamentali sono infatti quelle dettate dalle linee. La costruzione perfettamente geometrica, i vari piani che si susseguono e le diagonali: una struttura a incastro di rette parallele e perpendicolari, convertite in densa materia cromatica ed eclissate dentro alla materia stessa.
Eppure, tutto questo non è altro che struttura portante e trama dell’opera, perché il risultato finale di cui lo spettatore gode e a cui si legherà indissolubilmente sono gli sguardi, le emozioni e perfino i pensieri degli “attori” immortalati in quell’istante assoluto e culmine significante. È questa una rara magia che Giuseppe Gigli riesce a compiere. Può sembrare un discorso banale, tanto più se affiancato a un pittore dalle eccellenti capacità, ma non lo è. Se un talento di base e un’adeguata preparazione rendono alcuni pittori maestri della realtà, la capacità di cogliere sfumature emotive, stati d’animo o semplici espressioni facciali, ci si renderà conto, non è poi così diffusa.
Sembra infatti che, se per lungo tempo la fotografia è restata subordinata alla pittura, ultimamente i ruoli si siano ribaltati. Si assiste infatti a quello che nella fenomenologia degli stili viene definito “ritorno all’ordine” con movimento a spirale . Dall’astrazione fino al concetto puro, tornando poi a un’immagine pittorica il più possibile vicina al risultato ottenibile solo attraverso la fotografia. Forse è per questo motivo che, molto spesso, ci si ritrova a fruire di opere che prendono spunto dagli stessi settori in cui la fotografia riscuote – a furor di popolo – maggior successo: il mondo della moda e dei calendari. Volti dipinti magistralmente, “photoshoppati” si direbbe, ma con la stessa glacialità emotiva di una pagina pubblicitaria sparata in seconda di copertina su una rivista patinata. La forma (e le forme) torna a farla da padrona; l’apparire privo di quelle imperfezioni che, il lavorio mentale e la vita, sfortunatamente scrivono sul volto e che alla società – dicono – proprio non vada giù: l’arte e il suo tempo, ma questa è un’altra storia.
Giuseppe Gigli non è questo genere di iperrealista. A dirla tutta, non è neanche un iperrealista. Gigli è un pittore figurativo-emotivo-materico. A partire dal progetto stesso, dal concetto che, non va dimenticato, è tutto ciò che sostiene l'intero compimento dell'opera, la rappresentazione finale a cui Gigli mira altro non è che uno stato emotivo: quell'attimo carico di agenti attivanti i neuroni specchio. L'intera architettura dell'opera è pura scenografia studiata ad hoc: trama e ordito di un componimento pittorico di cui, alla fine, ciò che conta è quell'istante catartico e incontro al quale lo spettatore viene inconsapevolmente guidato dal narratore. Quello che resta è la morale di una fiaba; uno stato emotivo che si muove dentro senza necessariamente essere sdoganato dalla coscienza. Tentare di tradurre in parole l'opera pittorica di Giuseppe Gigli non è affatto superfluo come potrebbe apparire. Due sono i principali errori che rischiano di minarne la reale comprensione. Entrambi collegati e causati dal ragionamento che l'occhio fa a suo favore: lo stupore che la vista registra la rende attiva nella ricerca spasmodica di dettagli, di tracce manuali e – perché no – di errori prospettici e anatomici da poter individuare. Portata a compimento l'osservazione e gustato lo spettacolo come fine a se stesso, non sempre si percepisce necessaria la ricerca di un concetto che scalpita sotto lo strato di pigmenti e di olio: la sazietà dell'occhio colma anche la mente. Eppure, in questo caso, figurativo e concettuale non si contengono il podio. Non vi è l'una a discapito dell'altro, bensì un insieme che coordinatamente avanza verso la resa. Giuseppe Gigli risarcisce la forma dei dettagli che i precedenti “ismi” le avevano tolto e la rimodella e plasma per creare un nuovo genere di concettualismo, meno cervellotico e individualista, ma semplicemente umano e universale: un concetto che si ricava da ciò che è chiaramente esplicitato nell'opera con l'aggiunta di qualche conoscenza pregressa di base. Non si cada per questo nell'ulteriore errore di considerarlo un “concettualismo elitario” e da addetti ai lavori: Giuseppe Gigli fornisce gli strumenti adatti alla lettura di una pittura già di per sé raccontata con estrema linearità; in tutto questo dunque, l'eventuale incomprensione può essere causata soltanto da un'interpretazione limitata alla sola superficie dipinta.
Giuseppe Gigli è un pittore di storie, emotivo ed emozionale che ama narrare la magia irripetibile di un istante. Ogni opera è il racconto di un solo attimo e tutto, nell'opera, è lì soltanto per celebrare il racconto di quell'attimo stesso.

di Laura Coppa