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INTRODUZIONE

 

M'hai lasciato un giardi'
C'è chi lascia un poema
e chi non lascia niente
perché esse muto è 'l tema
de vive, in tanta gente.
 
Però te m'hai inganato,
vechio, e pe' non morì
muto com'eri stato,
m'hai lasciato un giardì.
Franco Scataglini,
da E per un frutto piace tutto un orto, 1973

Ripercorrere e ricostruire il passato di Palazzo Moroder per me non poteva che significare mettere insieme le voci ed i racconti di chi, proprio come me, nell’edificio di Largo Belvedere ha trascorso buona parte della sua esistenza. È proprio il vissuto delle famiglie che abitarono, ed in alcuni casi abitano tuttora, nel complesso residenziale ad averne scritto la storia. Come già affermato nell’introduzione generale al mio lavoro di ricerca, Palazzo Moroder è qualcosa di più di un semplice luogo, di un condominio. Esso è stato una comunità dove si sono ntrecciate esperienze, emozioni, sentimenti (cfr. Introduzione generale all’Archivio). Per questo, ho voluto focalizzare la mia ricerca sui rapporti all’interno della piccola comunità e tra questa e l’area urbana in cui sorge l’edificio, divenuto luogo della memoria collettiva condivisa, dei valori storico-antropologici e della cultura sedimentata nel tempo. Un lavoro che si è tradotto nella raccolta delle testimonianze dei componenti delle famiglie che sono vissute e vivono nel Palazzo. Ne sono emerse: esperienze di vita comuni, vissute da bambini, come la descrizione dei passatempi, il sentimento di felicità che si provava a giocare all’aperto, nel giardino retrostante o nel piazzale antistante il Palazzo; esperienze vissute dagli adolescenti e dai giovani, come le feste da ballo in giardino. Oppure, le esperienze delle intere famiglie, che si radunavano, sempre in giardino, per condividere la cena. E poi, il gioco delle bocce, nell’apposito campo al terzo piano, come si può vedere nelle foto di questo Archivio. Ancora, gli eventi trascorsi insieme, come il Battesimo, la Prima Comunione, la Cresima, il matrimonio, fino purtroppo allo sfollamento delle famiglie dopo i primi bombardamenti del 1943. Infine, la sofferenza e la precarietà della guerra nei vari paesi dell’entroterra marchigiana e, per alcuni, purtroppo anche la morte. Momenti vissuti in un rapporto armonico di affiatamento e di solidarietà, tanto che molti mi hanno riferito di sentirsi come un’unica, grande famiglia.

Con la Seconda Guerra Mondiale, alle storie personali che animavano Palazzo Moroder e che ne segnarono l’identità, che permane tutt’oggi, si intrecciò la Storia con la S maiuscola. Come già accennato nell’introduzione generale alla mia ricerca, dopo lo sfollamento delle famiglie il Palazzo ha dato ospitalità al 2° Corpo d’Armata del generale Anders e agli inglesi della Raf, poi ai nostri militi. Amicizie solide e durature sono nate tra i condòmini e i soldati, come quella tra la famiglia Pieia ed il loro ospite polacco, il soldato Josef Gnesiak, capo magazziniere del Comando alleato. A volte l’amicizia si è trasformata in amore, come nel caso del polacco Andrea Berger e Rossana Racané, dal cui matrimonio nacque Adriana, mia amica d’infanzia; la macchina fotografica la ritrae insieme a me al terzo livello del giardino (cfr. Sezione Mostra fotografica di questo Archivio, in particolare In omaggio ai soldati polacchi di stanza a Palazzo Moroder nel biennio 1943-1945).

Al rientro al Palazzo, dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, tutti coloro che hanno rilasciato la loro testimonianza sono concordi nell’affermare che i bei tempi erano ormai passati e nulla era più come prima. Ma ciò che era stato ha comunque impresso un segno indelebile nella storia dell’edificio di Largo Belvedere. Una memoria che non può e non deve andare perduta. Questo il faro del mio lavoro di ricerca.

Avvertenza: i testi delle testimonianze dei condomini sono riportati nei pdf in fondo alla pagina e sono nella grafia originale.

Elenco testimonianze

     Franco Sbordoni

     Sandra Bartelloni

     Tullio Olivieri

     Giorgio Pieia

     Claudio Pietroni    

     Carmine Sargentoni

     Ida Vittoria Sargentoni

     Silvana Sargentoni

     Indo Regni

     Lanfranco Roccheggiani

 

CONCLUSIONE

Lo scorrere delle parole di queste testimonianze mi sembra delinei in maniera precisa il modus vivendi dei condòmini di un palazzo, caratterizzato da senso di appartenenza, buon vicinato, solidarietà e senso civico, valori che nelle città odierne sembrano non esistere più. Proprio questo era uno degli scopi della mia ricerca su Palazzo Moroder. Allo stesso tempo, mettere nero su bianco i racconti dei residenti di Largo Belvedere con l’intento di farli conoscere al pubblico è per me un modo per auspicare, caparbiamente, contro la logica contemporanea dell’homo homini lupus, che i rapporti tra condòmini siano ancora improntati a senso di umanità, amicizia, rispetto reciproco e solidarietà, perché dopo i familiari, sono “gli altri” a noi più vicini.

Mi piace pensare che, se nel passato sono state le relazioni tra gli abitanti di Palazzo Moroder a costruire l’identità dell’edificio, rendendolo più che uno spazio fisico, un luogo esperenziale, un’entità animata, nel presente e nel futuro possa essere il prendersi cura di questo manufatto antico il nuovo collante per riscoprire la vita comunitaria, dato che è andato perduto quello originale, che consisteva nell’essere tutti appartenenti alla classe impiegatizia del Comune di Ancona.

Ringrazio di cuore tutti coloro che hanno partecipato al mio lavoro di ricerca con la loro testimonianza e le loro foto di famiglia.

 

 

 

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